Quando nel 1982 Borotalco uscì nelle sale italiane, Carlo Verdone aveva già dimostrato, con Un sacco bello (1980) e Bianco, rosso e Verdone (1981), di essere molto più di un attore comico.
Era un fine osservatore dei caratteri italiani, un regista capace di restituire, con umorismo e malinconia, le contraddizioni di un Paese in bilico tra modernità e disincanto.
Con Borotalco, il suo terzo film, Verdone compie un salto di maturità artistica: il tono resta leggero, ma la storia si tinge di una malinconia sottile, di quella struggente ironia che fa del film uno dei ritratti più autentici e delicati dell’Italia dei primi anni Ottanta.
L’Italia di Borotalco è un Paese in trasformazione. Gli anni di piombo stanno alle spalle, ma la spinta verso un benessere effimero, fatto di apparenze e status symbol, si fa sempre più forte.
È l’Italia del boom televisivo, della pubblicità, del mito del successo facile.
Un mondo in cui “essere qualcuno” diventa più importante che “essere se stessi”.
In questo contesto si muove Sergio Benvenuti (interpretato dallo stesso Verdone), un giovane timido e impacciato, venditore porta a porta di enciclopedie.
Vive con una fidanzata gelosa e autoritaria, Rossella, e sogna una vita diversa, più avventurosa, più libera. Il caso – o il destino – lo porta a conoscere Manuel Fantoni (Angelo Infanti), sedicente attore e seduttore che incarna perfettamente il mito dell’uomo di mondo, del latin lover cosmopolita, pieno di storie e di sé.
Quando Fantoni finisce in carcere, Sergio coglie l’occasione per rubargli – letteralmente – l’identità. Inizia così una doppia vita fatta di bugie e sogni, in cui il modesto venditore si trasforma in un affascinante avventuriero, finché il gioco della finzione non gli sfuggirà di mano.
Il titolo Borotalco, a prima vista bizzarro, racchiude tutto il senso del film. È una metafora delicata: il borotalco è un prodotto comune, profuma di pulito, di quotidianità, ma è anche leggero, volatile, destinato a svanire presto.
Così sono i sogni di Sergio, così la sua maschera da Fantoni: un profumo di successo che si dissolve alla prima brezza di realtà.
Verdone racconta questa parabola con un equilibrio perfetto tra comicità e amarezza e, oltre a lui e ad un carismatico Infanti, il film deve molto alla presenza di Eleonora Giorgi nel ruolo di Nadia, collega di Sergio, ingenua, romantica e sognatrice.
È lei, in realtà, il cuore emotivo del film: una donna che, come Sergio, vive tra illusioni e desideri di libertà. La loro relazione nasce su un equivoco ma si trasforma in un momento di verità, un incontro tra due fragilità.
La scena finale sintetizza lo spirito del film – la nostalgia per un sogno che svanisce, l’eterna giovinezza di chi cerca se stesso.
Ma Borotalco è anche un ritratto dell’Italia dei giovani adulti degli anni Ottanta, divisi tra conformismo e ribellione, tra il desiderio di emergere e la paura di perdersi. Sergio e Nadia sono due anime sospese, incapaci di adattarsi al mondo dei “vincenti” ma nemmeno disposte a rinunciare ai propri sogni.





