di Beatrice Silenzi

Nel 1997, David Fincher si trovava in una posizione invidiabile e al tempo stesso pericolosa. Dopo lo straordinario successo di Se7en, il mondo del cinema attendeva con il fiato sospeso la sua mossa successiva. La risposta fu The Game – Nessuna regola, un’opera che, sebbene all’epoca ricevette un’accoglienza più tiepida rispetto al suo predecessore, è cresciuta nel tempo fino a diventare un vero e proprio cult del thriller psicologico.

Al centro della vicenda c’è Nicholas Van Orton (interpretato da un magistrale Michael Douglas), un banchiere d’investimento di San Francisco la cui vita è definita da un controllo millimetrico e da una solitudine glaciale. Nicholas ha tutto: potere, denaro, una villa storica. Tuttavia, è un uomo emotivamente morto, perseguitato dal ricordo del suicidio del padre, avvenuto quando quest’ultimo aveva la sua stessa età.

Il catalizzatore del caos è suo fratello minore Conrad (Sean Penn), la “pecora nera” della famiglia, che per il 48° compleanno di Nicholas gli regala una tessera per la Consumer Recreation Services (CRS). “Ti renderà la vita divertente”, promette Conrad. Quello che inizia come un gioco di ruolo personalizzato si trasforma rapidamente in una spirale di paranoia, dove il confine tra realtà e finzione si dissolve fino a scomparire.

David Fincher trasforma San Francisco in un labirinto oscuro e ostile. La sua precisione tecnica è qui al servizio di un senso di oppressione costante. Attraverso l’uso di ombre profonde, una fotografia dai toni freddi e una colonna sonora inquietante firmata da Howard Shore, il regista priva lo spettatore di ogni punto di riferimento.
In The Game, non è solo Nicholas Van Orton a essere messo alla prova, ma lo è anche il pubblico. Fincher gioca con le convenzioni del genere, seminando indizi che sembrano portare a una cospirazione globale, per poi ribaltare tutto un momento dopo.
Il film è una “discesa agli inferi” orchestrata con la precisione di un orologiaio, dove ogni caduta, ogni sparatoria e ogni tradimento sollevano la stessa domanda: è vero o è parte del gioco?

Il cuore tematico non risiede tanto nel mistero della CRS, quanto nella decostruzione sistematica del suo protagonista. Per far rinascere Nicholas, il “gioco” deve prima distruggerlo. Fincher lo spoglia gradualmente di ogni bene materiale e status sociale: la sua carta di credito viene annullata, la sua casa viene violata, i suoi ricordi vengono calpestati.
In una delle sequenze più emblematiche, Nicholas si ritrova abbandonato in un cimitero in Messico, senza soldi e senza identità.

È in questo momento di totale vulnerabilità che il personaggio inizia a cambiare. La sua arroganza viene sostituita da un istinto di sopravvivenza primordiale. Il thriller si trasforma così in una parabola esistenzialista sulla necessità di perdere tutto per riscoprire il valore della vita.

Ancora oggi, il finale di The Game è oggetto di accesi dibattiti tra gli appassionati di cinema. Senza svelare troppo per chi non lo avesse visto, la conclusione sfida la logica interna della narrazione, spingendo la sospensione dell’incredulità ai suoi massimi livelli. Alcuni lo considerano un colpo di genio che chiude perfettamente il cerchio metaforico del film; altri lo trovano troppo inverosimile rispetto al realismo crudo della prima parte.

Tuttavia, è proprio questa natura audace a rendere The Game un’opera indimenticabile. Non è solo un film sulla paranoia, ma un film sulla fiducia e sulla capacità umana di superare il trauma attraverso una catarsi estrema.