di Beatrice Silenzi

Quando nel 1998 Il grande Lebowski uscì nelle sale, l’accoglienza fu tiepida, quasi spaesata. Il pubblico e la critica, reduci dal successo glaciale e perfetto di Fargo, non sapevano bene cosa fare di questa commedia strampalata, caotica e apparentemente priva di una struttura narrativa tradizionale.
Eppure, nel giro di pochi anni, la pellicola di Joel ed Ethan Coen ha compiuto un miracolo sociologico: è passata dall’essere un flop commerciale a diventare il “cult” definitivo, dando vita a un vero e proprio stile di vita (il Dudeism) e a raduni annuali in tutto il mondo.

Al centro di questo universo sciamannato c’è Jeffrey Lebowski, meglio noto come “Il Drugo” (The Dude). Interpretato da un immenso Jeff Bridges, il Drugo è l’antitesi dell’eroe americano moderno: è un fannullone cronico, un pacifista in accappatoio che divide le sue giornate tra partite di bowling, White Russian e l’ascolto dei Creedence Clearwater Revival.

La sua filosofia è semplice: “Il Drugo sa aspettare” (The Dude abides).
La vicenda prende il via da un banale scambio d’identità. Due sicari irrompono in casa sua convinti di trovarsi di fronte a un omonimo miliardario, finendo per urinare sul suo tappeto. Questo atto di vandalismo gratuito spinge il Drugo a uscire dal suo isolamento per chiedere un risarcimento, trascinandolo in un labirinto di rapimenti simulati, nichilisti tedeschi, artisti d’avanguardia e produttori di film pornografici.

I fratelli Coen costruiscono il film come un omaggio distorto al genere hardboiled di Raymond Chandler. Come ne Il grande sonno, la trama è intenzionalmente intricata, quasi incomprensibile, ma la verità è che il “giallo” non ha alcuna importanza. Ciò che conta è il viaggio, o meglio, il vagabondare del protagonista attraverso una Los Angeles soleggiata e assurda.

Il caos è il vero motore della pellicola. Ogni tentativo dei personaggi di ristabilire l’ordine o di seguire un piano razionale fallisce miseramente, sprofondando nel ridicolo. È qui che risiede la genialità della sceneggiatura: nel contrasto tra l’apatia zen del Drugo e la rabbia repressa del suo migliore amico, Walter Sobchak (un monumentale John Goodman). Walter, veterano del Vietnam ossessionato dalle regole e dal rispetto della religione ebraica (nonostante sia un convertito), è l’elemento scatenante che trasforma ogni situazione gestibile in un disastro totale.

Oltre alla coppia Bridges-Goodman, il film vanta una galleria di personaggi secondari che sono rimasti impressi nella memoria collettiva. Da Donny (Steve Buscemi), il terzo membro della squadra di bowling costantemente zittito da Walter, a Jesus Quintana (John Turturro), il rivale viscido e vestito di viola che danza sulle piste da bowling.
Ogni apparizione, per quanto breve, contribuisce a creare un mondo vibrante e surreale, arricchito dalla fotografia di Roger Deakins e da sequenze oniriche che mescolano musical hollywoodiano e psichedelia.

Perché, a distanza di oltre venticinque anni, Il grande Lebowski continua a essere così amato? Forse perché il Drugo rappresenta un desiderio universale di libertà dalle pressioni sociali. In un mondo che corre, che esige produttività e successo, il Drugo rivendica il diritto di non fare nulla, di essere “l’uomo giusto al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Il film non è solo una commedia eccentrica; è una riflessione filosofica sull’assurdità dell’esistenza. Tra una battuta fulminante e un lancio di palla nel corridoio numero dieci, i Coen ci dicono che non c’è un grande schema dietro alle cose, che il tappeto che “legava veramente bene la stanza” può essere portato via in qualsiasi momento, e che l’unica cosa sensata da fare è sorseggiare un drink e prenderla come viene.