di Beatrice Silenzi

Quando nel 1980 Martin Scorsese portò sul grande schermo la vita di Jake LaMotta in Toro Scatenato (Raging Bull), non realizzò semplicemente un film sulla boxe.
Firmò un’opera viscerale, un requiem in bianco e nero sulla caduta e la (difficile) redenzione di un uomo dominato dai propri demoni.

A distanza di oltre quarant’anni, la pellicola resta un caposaldo della storia del cinema, non per le vittorie sul ring, ma per la spietata analisi della sconfitta umana.
Il film non segue la struttura classica del genere sportivo, dove l’atleta supera le avversità per raggiungere la gloria.

Al contrario, Scorsese ci mostra come la gloria sia solo una breve parentesi in un’esistenza votata all’autodistruzione. Robert De Niro, in quella che è probabilmente la sua interpretazione più iconica, incarna un Jake LaMotta brutale, paranoico e divorato da una gelosia ossessiva.
La sua rabbia non si esaurisce tra le corde del ring; trabocca nella vita privata, avvelenando i rapporti con il fratello Joey (Joe Pesci) e la moglie Vickie (Cathy Moriarty).

L’elemento che rende Toro Scatenato un capolavoro è la sua estetica rivoluzionaria. La scelta del bianco e nero, curata dal direttore della fotografia Michael Chapman, non fu solo un omaggio ai cinegiornali degli anni ’40 o un modo per distinguersi dal contemporaneo Rocky.
Fu una necessità espressiva: il colore sarebbe stato troppo reale, troppo “luminoso” per la cupa discesa agli inferi di LaMotta.

Il ring diventa un palcoscenico espressionista, dove lo spazio si dilata e si restringe a seconda dello stato mentale del protagonista.
Il sangue, che nella realtà sarebbe rosso, qui appare come un fluido nero e denso, un fardello biblico che sporca l’anima prima ancora del corpo.

Le scene di combattimento, montate magistralmente da Thelma Schoonmaker, sono soggettive.
Non vediamo un incontro di boxe; sentiamo quello che sente Jake.
Il montaggio frammentato, l’uso del rallentatore e un sound design che mescola versi di animali a rumori industriali trasformano ogni pugno in un trauma psicologico.

Per LaMotta, il ring è l’unico luogo dove la sua violenza è legittimata, l’unico spazio in cui può espiare le proprie colpe attraverso il dolore fisico.
Egli cerca la punizione: la scena in cui incita Sugar Ray Robinson a colpirlo, gridando “Non mi hai buttato giù, Ray!”, è il manifesto del suo masochismo spirituale.

Tuttavia, il vero cuore del film risiede nella trasformazione fisica di De Niro.
L’attore ingrassò di trenta chili per interpretare il LaMotta sul viale del tramonto, ormai ridotto a un patetico intrattenitore nei nightclub.
Quella carne in eccesso, quel respiro affannato, sono la manifestazione fisica del decadimento morale.
La sequenza finale, in cui un Jake invecchiato si guarda allo specchio recitando il monologo di Marlon Brando in Fronte del porto, è straziante.

“Potevo essere un campione”, dice a se stesso. In quel momento, l’uomo e il pugile si fondono: la consapevolezza di aver distrutto tutto ciò che amava emerge in tutta la sua tragica chiarezza.
Scorsese, che all’epoca usciva da un periodo personale difficilissimo, riversò nel film tutta la sua ossessione per il peccato e la redenzione.
Jake LaMotta è una figura cristologica al contrario, un uomo che pecca eccessivamente e che trova la pace solo quando tocca il fondo della propria miseria, finendo a colpire le pareti di una cella di prigione urlando “Perché?”.