di Beatrice Silenzi

Se provi ad aprire un vecchio album di famiglia di fotografie tra il 1982 e il 1989, e sei troppo giovane, potresti avere uno shock!
Sì, perché gli anni ’80 oltre ad essere stati un decennio particolarmente significativo, che manca terribilmente ai nostalgici, hanno rappresentato quali un esperimento sociale collettivo, volto a testare quanto materiale sintetico il corpo umano potesse sopportare prima di prendere fuoco!

Parliamo di moda nell’epoca del “di più”.

Se negli anni ’70 regnava la pace, l’amore, gli hippie, i figli dei fiori e le fibre naturali, nell’ottavo decennio del Novecento il motto era uno solo: “Se non è eccessivo, non è moda”.
Dunque, in quegli anni, il concetto di “sobrietà” è stato dichiarato illegale in 45 stati, sostituito da una competizione spietata a chi avesse le spalle più larghe, i capelli più alti e gellati e i colori più simili a un evidenziatore impazzito.

Partiamo dal primo fondamento architettonico del decennio: le spalline.
Se non avevi la silhouette di un giocatore di football americano dei Pittsburgh Steelers, non eri nessuno, le spalline erano ovunque: nei blazer, nei cappotti, nelle magliette e, sospettiamo, persino nei pigiami.
L’obiettivo non era tanto sembrare eleganti, quanto occupare fisicamente il maggior spazio possibile!

Una donna che entrava in una stanza doveva dichiarare la propria presenza con una larghezza tale da rendere difficile il passaggio attraverso le porte standard.
Era la “Power Dressing” dell’era Thatcher e di Dynasty: più le spalle erano imbottite, più la donna era pronta a scalare la piramide aziendale.

Passiamo ai capelli. Gli anni ’80 sono stati il periodo più buio per il buco nell’ozono e la colpa non è mai stata dei frigoriferi, ma delle bombolette di lacca.
I capelli non venivano semplicemente pettinati; venivano “architettati”.
La permanente poi trasformava chiunque in un incrocio tra un barboncino e un membro degli Europe o dei Bon Jovi.
Il taglio più in voga era il mullet unisex (corto davanti, lungo dietro), un’acconciatura che diceva: “Sono un professionista che va in ufficio, ma dopo le 18:00 sono pronto per un concerto heavy metal”.

E poi la cotonatura.
La regola era semplice: più i capelli sfidavano le leggi della gravità, più si era cool.
Le ragazze passavano ore a combattere contro la fisica, creando impalcature di capelli che potevano resistere a un uragano senza spostarsi di un millimetro.

Per non perdersi nella nebbia, c’erano i colori fluo (che stavano bene su tutto!)
Se oggi il “minimalismo” impone i toni del beige, del grigio e del tortora, negli anni ’80 la palette cromatica era ispirata a un rave party svoltosi all’interno di una fabbrica di pennarelli.
Il fucsia, il verde acido, il giallo fosforescente, l’arancio catarifrangente non erano scelti per essere abbinati, o forse per abbinarsi fra loro, senza troppe remore.

Indossare una tuta in acetato dai colori neon era una scelta e una misura di sicurezza: si era visibili dallo spazio! 

L’ossessione per il fitness era diventata fenomeno grazie a Jane Fonda e ai suoi video di aerobica e l’abbigliamento sportivo usciva dalle palestre per invadere le strade.
Il pezzo forte? Gli scaldamuscoli.
Non importava che ci fosse caldo o che non si fosse mai fatto un passo di danza, gli scaldamuscoli, preferibilmente sopra i fuseaux (antenati dei moderni legging, ma molto più lucidi e spietati con i difetti fisici), erano un must.

Il tutto rigorosamente completato da una fascia pseudo-tergisudore sulla fronte, utile soprattutto per tamponare quello causato dal guardarsi allo specchio e rendersi conto di somigliare a un personaggio di Flashdance in crisi d’identità.

In Italia, la moda degli anni ’80 ha avuto una declinazione tutta sua, unica e inimitabile: i Paninari.
Nati a Milano, erano giovani che sognavano l’America mangiando hamburger e indossando divise rigorosissime: piumino Moncler coloratissimo (gonfio come un canotto), jeans Armani rigorosamente con il risvolto per mostrare le calze a rombi Burlington, e stivaletti Timberland.

Il paninaro “esibiva” un’esplosione di loghi e marchi. Se non avevi la cintura di El Charro con la fibbia enorme o la felpa della Best Company, eri un “sanculotto”, ovvero uno sfigato senza speranza di redenzione sociale, insomma, il trionfo dell’edonismo Reaganiano trasportato tra i tavolini di Piazza San Babila.

Mentre i paninari sfoggiavano i loro piumini, dall’altra parte della barricata c’erano i seguaci del rock e del post-punk. Qui il protagonista era il jeans che sembrava candeggiato per errore e le giacche di pelle piene di cerniere, borchie e frange.

Madonna, con i suoi pizzi, i guanti senza dita e le decine di braccialetti di gomma al polso, insegnava che si poteva essere trasgressivi e pop allo stesso tempo.
Il denim era ovunque.
Si indossava il “total look”: giacca di jeans, camicia di jeans e pantaloni di jeans, possibilmente di tre lavaggi diversi che facevano a pugni tra loro.
Un outfit che oggi definiremmo maccheronico, ma che nel 1985 ti faceva sentire il re del liceo.

A guardare oggi quegli anni, ci viene da sorridere, eppure, quello stile nascondeva una libertà e un’allegria che oggi sono sbiadite.
Era un’epoca in cui non si aveva paura di osare, di sbagliare o di sembrare ridicoli, con ottimismo, brindando ad una crescita economica reale del Paese e alla voglia di divertirsi dopo l’austerità degli anni di piombo.

Oggi la moda ciclicamente ci ripropone piccoli pezzi di quel decennio: tornano i colori fluo, tornano le giacche oversize, tornano i volumi esagerati, ma mancherà sempre quell’ingrediente segreto che rendeva tutto magico: la spensieratezza.