di Beatrice Silenzi

Se gli anni ’80 sono stati un’esplosione nucleare di colori e volumi, gli anni ’90 sono arrivati come un secchio d’acqua fredda.
All’improvviso, essere “troppo vestiti” era diventato un peccato capitale. La parola d’ordine passò da “esibire” a “fregarsene” (o almeno, far finta di farlo).

Se negli anni ’80 l’obiettivo era sembrare un miliardario di Dynasty, negli anni ’90 era far finta di essere appena uscito da un garage di Seattle dopo dodici ore di prove con una band grunge.
Entrare negli anni ’90 è stata una nuova rivoluzione.
Ha significato dire addio alla lacca per capelli spettinati, camicie di flanella e una serie di accessori che oggi, guardiamo con nostalgia.

Il decennio si apriva sotto il segno di Kurt Cobain ed improvvisamente, la moda smetteva di guardare alle passerelle di Parigi e per il cesto della biancheria da lavare.
Il look “Grunge” era la negazione della moda stessa: jeans strappati (per davvero, senza i tagli artistici di oggi), maglioni di lana sformati che sembravano essere stati masticati e la camicia di flanella era immancabilmente a quadri.

Anzi, era il pezzo forte. La si poteva indossare, certo, ma il vero “tocco di classe” anni ’90 consisteva nel legarsela in vita e non importava se c’erano 40 gradi, o se la situazione non lo consentiva, la camicia annodata sui fianchi serviva a dichiarare di essere pronti per un pogo o, più probabilmente, di coprire i Levi’s 501 un po’ troppo logori.

Mentre a Seattle ci si vestiva come boscaioli depressi, in TV imperversava Beverly Hills 90210 e nel telefilm la moda prendeva una piega diversa.
Era l’epoca dei “Mom Jeans”: pantaloni in denim rigido, rigorosamente a vita altissima (che arrivava quasi alle ascelle) e larghi sui fianchi, che riuscivano nell’impresa impossibile di appiattire qualsiasi lato B, anche il più scultoreo.

Gli uomini, dal canto loro, seguivano l’esempio di Brandon e Dylan: t-shirt bianca infilata nei jeans, giacca di pelle sovradimensionata e il “ciuffo a banana” che richiedeva quantità industriali di gel, l’unico superstite chimico del decennio precedente. Era un look che gridava “sono un ribelle, ma torno a casa per cena perché mamma mi aspetta”.

A metà decennio, una tempesta pop chiamata Spice Girls travolse il pianeta e insieme alle zeppe arrivarono i vestitini a fiori portati sopra le t-shirt bianche (un classico intramontabile del decennio), i top che lasciavano l’ombelico scoperto e le tute in acetato dell’Adidas.

Mentre il pop esplodeva, nell’alta moda regnava il minimalismo. Kate Moss diventava l’icona del decennio con il suo look “Heroin Chic”: pallore, magrezza estrema e abiti che sembravano sottovesti da notte, mentre il nero era il colore d’ordinanza, i tagli si fecero puliti, quasi monacali. Era l’eleganza di chi non ha bisogno di sforzarsi, o almeno questo era quello che raccontavano le riviste patinate.

Ma il vero delirio degli anni ’90 stava nei dettagli.
I choker, ovvero i collarini di plastica nera intrecciata che sembravano tatuaggi sul collo, in realtà rischiavano di strangolarti a ogni colpo di tosse.
Immancabili le mollettine a farfalla, che venivano disseminate sulla testa delle ragazze fino a farle somigliare a un giardino in miniatura.

E come dimenticare gli occhiali da sole con le lenti colorate e minuscole? Non proteggevano dal sole, ma ti facevano sentire un membro aggiunto di Matrix.
Gli uomini, invece, optavano per il cappellino da pescatore (il bucket hat), reso celebre dai rapper e dai Gallagher degli Oasis.

Ma negli anni ’90 erano importanti anche gli accessori.
Il Walkman, mutuato dal decennio precedente era un must.
E poi fece il suo ingresso il Tamagotchi che era tutt’altro che un giocattolo. Era un impegno sociale.
Portarlo appeso ai jeans o allo zaino era un segno di responsabilità. Se il tuo alieno pixelato moriva perché ti eri dimenticato di dargli da mangiare durante l’ora di matematica, il tuo status sociale crollava vertiginosamente.

Verso la fine dei ’90, la moda decise di fare un salto all’indietro negli anni ’70, ma con meno gusto: erano tornati i pantaloni a zampa d’elefante in versione denim scuro o, peggio, in tessuti sintetici luccicanti.
Erano così larghi sul fondo che fungevano da scopa per i marciapiedi della città.
Ed ora arrivato a questo punto, la domanda è d’uopo.
Perché amiamo ancora gli anni ’90?
A guardare i filmati dell’epoca, il decennio sembra un periodo di transizione, un ponte tra l’analogico e il digitale, tra l’eccesso e il nulla.