Se si dovesse scegliere un nome per rappresentare il passaggio della musica italiana dalla tradizione melodica alla modernità del pop-rock, quel nome sarebbe senza dubbio Lucio Battisti.
Nato a Poggio Bustone il 5 marzo 1943, Battisti non è mai stato solo un interprete, quanto un “architetto sonoro” capace di fondere più generi: blues, soul, rock progressivo e elettronica in lingua italiana.
A molti anni dalla sua scomparsa, la sua figura rimane avvolta in un’aura di mistero, alimentata dal suo leggendario ritiro dalle scene.
La sua storia è indissolubilmente legata a quella di Giulio Rapetti, alias Mogol ed il loro incontro, avvenuto a metà degli anni ’60, ha dato vita a uno dei sodalizi artistici più prolifici e influenti della storia della musica mondiale.
Mentre Mogol riusciva a tradurre in parole semplici e profondissime i sentimenti quotidiani, i turbamenti amorosi e le inquietudini esistenziali, Battisti costruiva architetture musicali d’avanguardia.
Eppur mi son scordato di te, Il mio canto libero o Emozioni sono esperimenti tecnici riusciti, in cui la voce di Lucio — inizialmente criticata perché non “impostata” secondo i canoni dell’epoca — diventava graffiante e capace di trasmettere urgenza emotiva senza precedenti.
Ciò che lo distingueva dai suoi contemporanei era la sua insaziabile fame di novità: non si è mai accontentato del successo ottenuto, tanto è vero che, dopo aver dominato le classifiche degli anni ’70, Lucio decise di rompere il legame con Mogol. L’inizio di una nuova metamorfosi.
Insieme al paroliere Pasquale Panella, Battisti ha intrapreso un percorso ermetico ed elettronico, inaugurato dal celebre “Disco Bianco” del 1986.
La melodia rassicurante lasciava il posto a ritmi sintetici e testi astratti, quasi impossibili da decifrare.
Un gesto di estrema libertà artistica: Lucio aveva smesso di essere un “personaggio” per diventare pura musica, rifiutando interviste, apparizioni televisive e concerti.
5 curiosità.
1. Il “no” clamoroso ai Beatles (e alla fama mondiale)
Paul McCartney era un grande ammiratore di Battisti. Negli anni ’70, ci furono diversi tentativi di lanciare Lucio sul mercato americano e internazionale. La leggenda narra che l’agenzia che gestiva i Beatles gli propose un contratto per un tour negli Stati Uniti.
Egli, tuttavia, rifiutò: non era interessato alla fama globale se questa significava perdere il controllo totale sulla sua musica, o doversi sottoporre a estenuanti tour promozionali che detestava.
2. Bocciato ai primi provini a causa della sua voce
All’inizio della carriera, i discografici erano molto scettici sulle sue doti. La voce sottile, a tratti rauca e “imperfetta”, era lontana anni luce dal bel canto di Claudio Villa o dei tenori dell’epoca.
Una commissione di esperti arrivò a dire: “Questo ragazzo non sa cantare, farebbe meglio a scrivere canzoni per altri”. Fortunatamente, Mogol insistette affinché fosse Lucio a interpretare i propri brani, intuendo che quella “imperfezione” era proprio la sua peculiarità.
3. Una sola partecipazione a Sanremo
Nonostante sia uno dei pilastri della musica italiana, egli partecipò al Festival di Sanremo una sola volta, nel 1969, con il brano Un’avventura.
Si classificò nono.
Quella fu anche una delle pochissime occasioni in cui il pubblico poté vederlo dal vivo in televisione. Dopo quell’esperienza, Lucio capì che il carrozzone mediatico dei festival non faceva per lui.
4. La passione segreta per la pittura
Oltre alla musica, Battisti coltivava una profonda passione per le arti figurative.
Durante il suo lungo esilio mediatico, trascorreva molto tempo a dipingere. Le sue opere, raramente mostrate al pubblico, riflettevano lo stesso spirito astratto e d’avanguardia che caratterizzava i suoi ultimi album con Panella.
Considerava la pittura un modo per comunicare senza l’uso delle parole, che sentiva spesso come un limite.
5. Il mistero del suo ultimo concerto
L’ultima sua esibizione live risale al 23 aprile 1970, durante una serata del programma televisivo Teatro 10, dove si esibì in un leggendario duetto con Mina.
Da quel momento, per quasi trent’anni, non salì più su un palco. Questa scelta radicale di sparire dalle scene mentre era all’apice del successo è uno dei motivi per cui il suo mito è rimasto intatto e puro, privo di qualsiasi decadenza commerciale.
Lucio Battisti è stato dunque un visionario che ha capito, prima di chiunque altro, che la musica leggera poteva essere colta, complessa e rivoluzionaria senza smettere di essere popolare.
La sua capacità di assorbire le influenze straniere (dal rhythm and blues di Otis Redding al rock psichedelico) e di tradurle in italiano ha cambiato per sempre il DNA della nostra cultura e, ancora oggi, ascoltando un suo disco, non si ha mai la sensazione di qualcosa di “vecchio”.
Battisti non appartiene al passato; appartiene a quell’eterno presente in cui l’arte riesce a spiegarci chi siamo.





