di Beatrice Silenzi

Julia Fiona Roberts nasce il 28 ottobre 1967 a Smyrna, in Georgia, figlia di due attori teatrali, Walter e Betty Lou Roberts, che gestiscono una piccola scuola di recitazione ad Atlanta.
Dopo il divorzio dei genitori e la morte del padre, Julia cresce in una famiglia segnata da difficoltà economiche ma ricca di creatività e sensibilità artistica.

Nonostante non sogni inizialmente la carriera d’attrice – da bambina voleva diventare veterinaria – il destino la porta presto verso il cinema.
Si trasferisce a New York negli anni Ottanta per tentare la fortuna: lavora come modella, studia recitazione e fa i primi provini.

Il debutto arriva nel 1987 con la commedia Firehouse e con qualche apparizione televisiva, ma è Mystic Pizza (1988) a segnare la svolta: il film, ambientato in una cittadina del New England, mostra già la naturalezza e la vitalità che diventeranno il marchio di fabbrica della Roberts.
La sua recitazione fresca, spontanea, priva di manierismi, conquista critica e pubblico.

L’anno successivo, Fiori d’acciaio (1989) la consacra: il ruolo della giovane Shelby le vale la prima nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista. È l’alba di un’epoca nuova — quella in cui Julia Roberts diventerà la regina indiscussa del cinema americano.

Con Pretty Woman (1990), Julia Roberts non solo raggiunge la fama planetaria, ma ridefinisce l’immaginario romantico di tutto il decennio.
La sua Vivian Ward, prostituta dal cuore d’oro che conquista il magnate interpretato da Richard Gere, diventa un’icona popolare e culturale.
Il film, diretto da Garry Marshall, è un trionfo al botteghino e trasforma Julia nel simbolo della nuova America ottimista, ironica e femminile.

Quel sorriso inconfondibile — ampio, sincero, autentico — diventa il suo biglietto da visita, tanto da farle guadagnare l’appellativo di “America’s Sweetheart”.
Il successo la travolge.
In Linea mortale (Flatliners, 1990) di Joel Schumacher affronta temi psicologici e oscuri; in Hook – Capitan Uncino (1991) di Steven Spielberg interpreta una Trilli moderna e malinconica; in Il matrimonio del mio migliore amico (1997) torna al registro brillante, dimostrando un impeccabile senso dei tempi comici.

Non è solo la ragazza sorridente delle commedie romantiche. Negli anni ’90 costruisce una filmografia che le permette di esplorare diverse sfumature della femminilità.
In Pelican Brief – Il rapporto Pelican (1993), tratto dal romanzo di John Grisham, offre una performance matura in un thriller politico al fianco di Denzel Washington.
In Something to Talk About (1995) affronta il tema dell’infedeltà e della dignità femminile con una delicatezza che anticipa il cinema al femminile degli anni Duemila.

Dietro la patina glamour, attraversa anche momenti difficili: il matrimonio lampo con il cantante Lyle Lovett, la pressione dei media, la fatica di sostenere un’immagine pubblica perfetta.
Tra la metà e la fine degli anni ’90, Julia raggiunge la piena maturità professionale. Notting Hill (1999) è forse il film che più di tutti racchiude la sua doppia anima: quella della star e quella della donna comune.

Interpreta Anna Scott, attrice hollywoodiana che si innamora di un libraio londinese (Hugh Grant): un ruolo che le permette di ironizzare sulla propria fama e di restituire un ritratto umano, dolce e malinconico della celebrità.
Nello stesso periodo partecipa a Conspiracy Theory (1997) con Mel Gibson e a Michael Collins (1996) di Neil Jordan, mostrando un impegno sempre più forte verso ruoli complessi e politicamente consapevoli.

Quando negli anni 2000 arriva Erin Brockovich – Forte come la verità (2000), Julia Roberts è ormai una star completa. Il ruolo dell’attivista ecologista le vale l’Oscar come miglior attrice protagonista, coronando un percorso iniziato dieci anni prima con Pretty Woman.

Nel nuovo millennio, la Roberts continua a reinventarsi. Lavora con registi come Steven Soderbergh (Ocean’s Eleven e Ocean’s Twelve), Mike Nichols (Closer), e Ryan Murphy (Eat Pray Love). Alterna ruoli intensi a commedie sofisticate, scegliendo progetti di qualità e mantenendo sempre una distanza controllata dal sistema hollywoodiano.

A più di trent’anni da Pretty Woman, resta un volto che unisce generazioni. Ha incarnato il passaggio tra l’Hollywood glamour degli anni Ottanta e il cinema più realistico e sfaccettato dei Duemila.
La sua carriera è la storia di una donna che ha saputo crescere insieme al suo pubblico: da simbolo di bellezza e spontaneità a icona di autenticità e impegno.