Quando nel dicembre del 1983 Vacanze di Natale uscì nelle sale italiane, non si aveva idea che quel film avrebbe segnato l’inizio di un vero e proprio genere: il “cinepanettone”.
Diretto da Carlo Vanzina e prodotto da Aurelio De Laurentiis per la Filmauro, il film raccontava, con leggerezza e ironia, l’Italia degli anni 80, sospesa tra benessere economico, consumismo sfrenato e nuove forme di volgarità sociale mascherate da modernità. A distanza di oltre quarant’anni, Vacanze di Natale rimane un documento prezioso, più che una semplice commedia.
Nel film, ambientato a Cortina d’Ampezzo durante le feste natalizie, si intrecciano le vicende di diversi personaggi appartenenti a classi sociali differenti, costretti a condividere lo stesso spazio mondano. Christian De Sica interpreta Roberto Covelli, rampollo di una ricca famiglia romana che trascorre le vacanze tra feste, sci e locali esclusivi.
Opposto a lui è Jerry Calà, nel ruolo di Billo, musicista disoccupato e un po’ cialtrone, invitato a suonare alle feste dei ricchi; accanto a loro, Claudio Amendola, Stefania Sandrelli, Karina Huff, Guido Nicheli (il mitico “Cumenda”), Mario Brega e Riccardo Garrone: un cast che, con i suoi archetipi, avrebbe plasmato l’immaginario del cinema comico natalizio per i decenni a venire.
La scelta di ambientare la storia a Cortina non era casuale. Negli anni Ottanta, la località dolomitica rappresentava il simbolo del lusso, del successo, della “Milano da bere” che si estendeva fino alle piste da sci.
Tra chalet, aperitivi e discoteche, i Vanzina colsero perfettamente lo spirito di un’Italia che sognava di arricchirsi, di apparire, di sentirsi finalmente “internazionale”.
La Cortina di Vacanze di Natale è un palcoscenico: un microcosmo dove si incontrano (e scontrano) ricchi e meno ricchi, snob e provinciali, giovani yuppie e romantici sognatori. Tutti cercano qualcosa: il divertimento, l’amore, o semplicemente la conferma di essere “nel posto giusto”.
Nonostante la leggerezza, Vacanze di Natale non è solo una farsa. Carlo e Enrico Vanzina — sceneggiatori attenti e più malinconici di quanto spesso si pensi — costruirono una commedia che alterna momenti di comicità irresistibile a lampi di tristezza, quasi pasoliniana, per un’Italia che correva verso il benessere dimenticando le proprie radici.
Basti pensare al personaggio di Billo, interpretato da Jerry Calà: un cantante squattrinato che vive alla giornata, malinconico dietro la sua faccia tosta. O alle scene in cui la ricca famiglia Covelli mette in mostra il proprio status con una goffaggine che svela più insicurezza che superiorità.
La colonna sonora è parte integrante del racconto: brani in voga in quegli anni, che raccontano quel tempo, un’epoca di musica da discoteca, di leggerezza apparente e di sogni colorati.
Vacanze di Natale diede inizio a una lunga tradizione cinematografica: quella dei film natalizi corali ambientati tra località turistiche, amori, corna e fraintendimenti.
Ma il primo episodio è molto diverso dai seguiti più triviali.
Non c’è ancora la comicità sguaiata o il gusto per la volgarità che caratterizzeranno i cinepanettoni successivi. C’è piuttosto una satira di costume che anticipa il declino morale e culturale di una società dominata dal culto dell’apparenza.
Le risate nascono dall’incontro-scontro tra mondi diversi: il cumenda milanese (Guido Nicheli) e il borgataro romano (Amendola), la ragazza inglese innamorata e l’italiano che non sa amare, i genitori ipocriti e i figli disinvolti.
Rivedere oggi Vacanze di Natale significa anche fare un viaggio nel tempo: nei vestiti di Moncler lucidi, nei paninari con il piumino, nelle feste con la fonduta e la musica pop. Ma dietro il divertimento si nasconde una fotografia precisa dell’Italia di allora: ingenua, spensierata, ma anche un po’ smarrita.
C’è qualcosa di tenero nel modo in cui i Vanzina osservano i loro personaggi: li ridicolizzano, sì, ma non li condannano. Tutti, ricchi o poveri, sono vittime della stessa illusione — quella di potersi reinventare a Natale, di potersi permettere una vita diversa, almeno per qualche giorno sulla neve.
Oggi, il film del 1983 è considerato un piccolo classico: un documento autentico del costume italiano, capace di far sorridere e riflettere allo stesso tempo. Lo si può amare per nostalgia o rivalutare come ritratto lucido di un Paese che, ancora oggi, tra un brindisi e un selfie sotto l’albero, continua a riconoscersi in quelle risate di Cortina.





