di Beatrice Silenzi

Se esiste un decennio che ha saputo perfezionare la formula del thriller d’azione “high-tech” e globale, quello è sicuramente il decennio degli anni ’90.
In questo panorama, “The Jackal” (1997), diretto da Michael Caton-Jones, si staglia come uno degli esempi più emblematici e avvincenti.
Pur essendo liberamente ispirato al classico “Il giorno dello sciacallo” del 1973 (e al romanzo di Frederick Forsyth), il film se ne distanzia per abbracciare un’estetica moderna, violenta e profondamente segnata dal clima post-Guerra Fredda.

La vicenda prende il via a Mosca, dove un’operazione congiunta tra FBI e MVD russo porta all’uccisione del fratello di un potente boss della mafia russa. La ritorsione è spietata: il boss assolda “lo Sciacallo” (Bruce Willis), un assassino mercenario senza volto e senza nome, per eliminare un obiettivo statunitense di altissimo profilo.

Per fermare un fantasma, l’FBI, guidata dal vicedirettore Carter Preston (Sidney Poitier), si rende conto di aver bisogno di qualcuno che ragioni come un fuorilegge. Entra così in scena Declan Mulqueen (Richard Gere), un ex cecchino dell’IRA attualmente in prigione, l’unico uomo in grado di identificare lo Sciacallo. Inizia così una corsa contro il tempo che attraversa continenti, dai sotterranei russi ai porti del Canada, fino al cuore politico di Washington D.C.

Il vero motore del film è la performance di Bruce Willis. Abituati a vederlo nei panni dell’eroe ironico e invulnerabile (come John McClane), qui il pubblico si trova davanti a un predatore glaciale e trasformista. Il suo Sciacallo è un maestro del travestimento: cambia colore di capelli, accenti, posture e personalità con una naturalezza inquietante.
Non prova empatia, non ha ideologie; è un professionista della morte che utilizza la tecnologia più avanzata dell’epoca – come il mitico cannone mitragliatore telecomandato – per compiere la sua missione.

La sua interpretazione conferisce al film un senso di minaccia costante, rendendo ogni sua apparizione un esercizio di tensione pura.
Dall’altra parte della barricata, Richard Gere offre una prova solida e misurata. Il suo Declan Mulqueen non è un eroe senza macchia, ma un uomo tormentato dal passato che cerca una sorta di redenzione personale.
Il contrasto tra lo stoicismo di Gere e la fredda precisione di Willis crea una dinamica di “gatto e topo” che non richiede necessariamente la presenza fisica di entrambi nello stesso spazio per essere efficace.

La chimica è mediata dalla distanza, dai messaggi lasciati sulle frequenze radio e dalla consapevolezza reciproca della letalità dell’avversario.
A completare il quadro, la presenza leggendaria di Sidney Poitier apporta un peso morale e una gravità istituzionale al film, mentre Diane Venora, nel ruolo del maggiore Valentina Koslova, incarna la determinazione ferrea di una Russia che cerca di cambiare volto.

“The Jackal” eccelle nel montaggio e nella gestione della suspense. Michael Caton-Jones costruisce il film come un puzzle: vediamo lo Sciacallo preparare meticolosamente il suo colpo, mentre i suoi inseguitori cercano di anticipare le sue mosse basandosi su indizi minimi.
Le sequenze d’azione sono secche e brutali, prive di quegli eccessi coreografici che avrebbero caratterizzato il cinema degli anni successivi, preferendo un realismo sporco e teso.
La colonna sonora, che spazia dall’elettronica dei Chemical Brothers a toni orchestrali più classici, sottolinea perfettamente l’urgenza della caccia.

Il film cattura perfettamente quell’ansia di fine millennio, dove la tecnologia iniziava a rendere i confini porosi e il pericolo poteva nascondersi dietro qualsiasi identità digitale o maschera di lattice.
Nonostante all’epoca dell’uscita ricevette critiche, oggi è un thriller solido, diretto con mano sicura e nobilitato da un cast stellare in stato di grazia.