di Beatrice Silenzi

Se oggi viviamo in un mondo di superfici lisce, schermi touch e intelligenze artificiali che ci suggeriscono cosa mangiare a cena, negli anni ’80 la tecnologia era questione di muscoli, pazienza e rumori molesti.
Entrare in un ufficio o in una cameretta nel 1985 significava trovarsi di fronte a macchinari che sembravano progettati per resistere a un bombardamento nucleare.

Intanto era l’era del “Beige”.
Tutto, dai computer ai telefoni, aveva quel colore giallastro-triste che oggi definiremmo “vintage”, ma che allora era semplicemente il colore del futuro.
Prima del 1979, se volevi ascoltare musica per strada, avevi solo due opzioni: cantare a squarciagola o portarti sulla spalla un “Ghetto Blaster” (uno stereo a batterie che pesava come un sacco di cemento).
Poi arrivò la Sony con il Walkman e fu una rivoluzione copernicana.

Improvvisamente potevi camminare nel mondo con la tua colonna sonora personale nelle orecchie, sentendoti il protagonista di un videoclip di MTV.
Ma c’era un prezzo da pagare: la gestione delle audiocassette. Il nastro magnetico era una creatura capricciosa. Ogni tanto, senza motivo, il Walkman decideva di “mangiarsi” il nastro, trasformando la tua canzone preferita in un groviglio di fili di plastica.

In quel momento entrava in gioco lo strumento più importante degli anni ’80: la matita! 
La si faceva ruotare freneticamente per riavvolgere il nastro, sperando di non tirarlo troppo.
Se la musica suonava un po’ “calante”, come se i Tony Hadley fosse sotto l’effetto di un potente sedativo, sapevi che la tua cassetta stava esalando l’ultimo respiro.

Hai mai sentito parlare del Commodore 64?
Mentre oggi un gioco si avvia in tre secondi, negli anni ’80 giocare a un videogame era un esercizio di meditazione zen. Soprannominato “il biscottone” per la sua forma, è stato il primo computer ad entrare nelle case di milioni di ragazzi.

Il software stava su cassette audio da inserire nel “Datassette”: bastava premere Play e poi digitare il comando LOAD.
A quel punto c’erano 20 minuti di tempo libero in cui andare a fare merenda, finire i compiti di matematica, o guardare le strisce psichedeliche che scorrevano sullo schermo sperando che non apparisse la scritta più temuta dell’universo: SYNTAX ERROR.
Quando accadeva, il pomeriggio era rovinato.
Se invece tutto andava bene, ci si poteva godere una grafica a 16 colori e una musica fatta di “beep” e “boop” che, alle orecchie di allora, sembrava un’orchestra sinfonica.

Negli anni ’80 nasceva anche il concetto di “cinema in casa”.
Era una guerra senza esclusione di colpi tra il formato VHS della JVC e il Betamax della Sony.
Alla fine aveva vinto il VHS, non perché fosse migliore (il Betamax si vedeva molto meglio), ma perché… beh, perché le videocassette erano più economiche.

Avere un videoregistratore in salotto era uno status symbol, ma guardare un film non era semplice come premere un tasto su Netflix.
C’era il problema del “tracking”: una rotella che dovevi girare per eliminare le strisce che disturbavano l’immagine.
E poi c’era la regola d’oro della cortesia: “Be kind, rewind”. Se restituivi una videocassetta a noleggio senza averla riavvolta, il proprietario del videoclub ti guardava come se avessi commesso un crimine!

E il telefono?
Se oggi ci sentiamo nudi senza lo smartphone in tasca, negli anni ’80 la comunicazione mobile era roba da fantascienza o da broker di Wall Street.
Il primo cellulare commerciale, il Motorola DynaTAC 8000X, era soprannominato “The Brick” (il mattone).
Pesava quasi un chilo, la batteria durava mezz’ora (se non c’era comunicazione) e caricarlo richiedeva dieci ore.

Ma se lo usavi in pubblico, la gente si fermava a fissarti come se fossi appena sceso da un’astronave!
Per gli altri comuni mortali, la telefonia mobile consisteva nel cercare disperatamente una cabina telefonica SIP.
Era fondamentale avere in tasca un sacchetto di gettoni, perché restare senza a metà di una telefonata importante significava perdere opportunità.

E poi c’era l’orologio digitale Casio.
Se avevi quello con la calcolatrice incorporata, eri ufficialmente il “genio” della classe, ma i tastini erano così piccoli che per premerli serviva la punta di un compasso, eppure l’idea di poter fare una sottrazione direttamente dal polso era una bella soddisfazione.

Infine, non si può dimenticare come si facevano le foto.
Non esisteva il “ne faccio cento e poi scelgo la migliore”. Avevi un rullino da 24 o 36 pose ed ogni scatto costava soldi e non potevi vedere il risultato.
Si passavano le vacanze scattando foto alla cieca, sperando che nessuno avesse gli occhi chiusi o che un dito non coprisse l’obiettivo.
Una volta tornato a casa, portavi il rullino dal fotografo e aspettavi tre giorni in ansia.
Quando finalmente ritiravi la busta, scoprivi che su 36 foto: 12 erano sfocate, 10 erano troppo buie, 8 ritraevano sconosciuti per errore e le restanti 6 erano passabili, ma tu avevi un’acconciatura o un’espressione talmente assurda che era meglio dimenticare!