Ci sono gruppi musicali che rappresentano un’epoca.
Dunque eccoci qui a parlare degli Spandau Ballet.
Hanno definito l’estetica, il linguaggio, degli anni ’80.
Gli Spands sono stati un simbolo sofisticato della trasformazione culturale britannica tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo. Non solo musica, dunque, ma immagine, stile, ambizione sociale e perfino una certa idea di eleganza.
Nati a Londra nel 1979, nel pieno fermento post-punk, gli Spandau Ballet emergono da quell’universo creativo che gravita attorno al celebre Blitz Club di Soho, locale diventato il laboratorio della cosiddetta scena “New Romantic”.
Nelle notti londinesi si costruiscono identità, trucco marcato, completi eccentrici, influenze futuriste e decadentismo glam.
Tutto si mescola in un’atmosfera che sembra un incrocio tra David Bowie, Oscar Wilde e moda europea d’avanguardia.
Gli Spandau Ballet sono tra i primi a comprendere che negli anni Ottanta l’immagine sarebbe stata parte integrante del messaggio artistico.
Steve Norman, Gary e Martin Kemp, John Keeble e soprattutto Tony Hadley incarnano perfettamente questa nuova sensibilità: sofisticati ma popolari, eleganti ma accessibili, capaci di muoversi tra il soul bianco britannico, il synth-pop e una sorta di romanticismo urbano molto cinematografico.
La loro musica non ha l’aggressività nichilista del punk né la freddezza estrema di certa elettronica tedesca.
Gli Spandau Ballet cercano un equilibrio tra malinconia e glamour.
Pezzi come To Cut a Long Story Short o Chant No. 1 fotografano una Londra in trasformazione: una città che esce dal grigiore economico degli anni Settanta per preparsi all’esplosione consumistica dell’era Thatcher.
Ed è proprio qui che gli Spandau Ballet diventano interessanti anche dal punto di vista culturale.
Mentre altri artisti degli anni Ottanta celebrano il lusso in modo superficiale, loro sembrano raccontare il desiderio di ascesa sociale di una generazione cresciuta nella crisi economica.
Dietro gli abiti sartoriali e i videoclip raffinati c’è il sogno di una gioventù inglese che vuole reinventarsi.
Il grande salto arriva nel 1983 con True, album destinato a trasformare il gruppo in un fenomeno mondiale.
La title track, True, è oggi uno dei brani più iconici degli anni Ottanta, ma il motivo della sua longevità non dipende soltanto dalla melodia: la canzone possiede una qualità rara, sembra sospesa oltre il tempo.
È romantica senza essere sdolcinata, sofisticata senza risultare fredda.
Tony Hadley canta con una voce profonda e vellutata che sembra appartenere più alla tradizione soul americana che al pop sintetico europeo.
Curiosamente, True nasce anche come dichiarazione d’amore alla cultura soul e a Marvin Gaye.
Gary Kemp scrive il pezzo ispirandosi all’eleganza della musica nera americana, cercando di fondere il linguaggio emotivo con la sensibilità britannica dei primi anni Ottanta. Il risultato è una canzone che ancora oggi sopravvive nelle playlist.
Con Gold, gli Spandau Ballet scrivono il manifesto dell’estetica anni Ottanta: dentro ci sono il desiderio di successo, il brillio del decennio, la fiducia ottimistica nel futuro ed ancora oggi basta ascoltare le prime note per essere catapultati in un universo di luci al neon, completi doppiopetto e città illuminate di notte.
Ma la storia degli Spandau Ballet non è solo glam e, come altre grandi band, sono attraversati da tensioni interne e rivalità economiche e personali.
La disputa legale tra Tony Hadley e Gary Kemp sui diritti d’autore contribuisce allo scioglimento del gruppo nei primi anni Novanta, lasciando emergere il lato più fragile dietro l’immagine impeccabile costruita negli anni del successo.
Ed è forse proprio questa fragilità a rendere gli Spandau Ballet ancora interessanti oggi.
A differenza di molti prodotti musicali contemporanei progettati per durare una stagione, loro appartenevano a un’epoca in cui le band riuscivano a costruire vere identità artistiche, in cui ogni dettaglio aveva un significato: abiti, copertine, videoclip, perfino il modo di muoversi sul palco.
Riascoltarli oggi significa riscoprire un momento storico in cui il pop cercava ancora eleganza. Era una musica che non aveva paura della melodia, del romanticismo o della raffinatezza emotiva ed in un presente dominato spesso dalla velocità e dall’omologazione algoritmica, gli Spandau Ballet ricordano un tempo in cui anche il mainstream poteva avere stile, atmosfera e personalità.





